Notizie ogni giorno
teatro

Monopoli. Il conservatorio fa teatro

E’ una storia vecchia quella che accompagna l’arte, ricca di spirito ma povera in canna. Ne sapeva qualcosa Claudio Monteverdi che ideò l’opera accettando un posto di viola, per soli dodici scudi mensili, nell’orchestra di corte del duca Vincenzo Gonzaga di Mantova. L’età moderna prendeva corso in tutta l’Europa e l’unico contributo alla modernità da parte dell’Italia fu il dramma interamente cantato. Una tradizione ripresa nel Conservatorio di Monopoli, che l’anno scorso ha rappresentato “Pulcinella finto maestro di musica” di Giacomo Insanguire, noto autore porno. E’ stato un successo che ha fatto crescere l’entusiasmo nella Scuola musicale, tanto che quest’anno il nove, dieci e undici luglio, rappresenterà l’opera: “Il barbiere di Siviglia”, musicato da Giovanni Paisiello, nel chiostro dell’antico edificio che ospita le sue attività didattiche. La regia dell’opera è curata da Giovanni Guarino, che è anche uno degli interpreti cantanti, mentre la direzione dell’orchestra è affidata al maestro Ettore Papadia. Partecipano all’esecuzione dell’opera docenti e allievi in una sinergia che rappresenta il frutto del lavoro svolto durante tutto l’anno accademico. Parlando con la preparatrice musicale dei cantanti, Raffaella Migailo, e con il regista Giovanni Guarino, tastiamo subito il polso di una realtà che poggia soprattutto sull’impegno del direttore e del corpo docenti, orientati a permettere la più ampia partecipazione dell’intera comunità sociale alle attività didattiche e formative del Conservatorio di Monopoli, da poco sede autonoma con il nome di Nino Rota. Ma manca un auditorium per costruire un percorso senza soste e che porti lontano l’Opera in terra di Monopoli. “Il barbiere di Siviglia” sarà rappresentato grazie al contributo economico di un imprenditore monopolitano, che annualmente dona uno strumento musicale e diverse borse di studio al Conservatorio. Non si riscontra, invece, l’interesse delle istituzioni territoriali e quello di altri imprenditori privati a sostegno di un progetto più ampio intorno a questa grande opportunità di caratterizzare culturalmente la città di Monopoli, e renderla polo di attrazione per un turismo destagionalizzato. Una città che può puntare su cavalli di razza deve unire le sue forze per realizzare progetti di qualità, che le leggi del mercato inevitabilmente premiano. Con la riforma della scuola i Conservatori si pongono, non solo come produttori di istruzione, ma come centri di formazione. Foto della rappresentazione dello scorso anno.

Monopoli. Santo Stefano, D`Itollo capovolge la storia

Il periodo più florido dell’abbazia-fortezza di Santo Stefano di Monopoli? Sotto i benedettini dal 1083 al 1312. A sgombrare il campo da facili ricostruzioni storiche è Antonio D’Itollo, direttore scolastico di un istituto superiore di Mola di Bari, profondo conoscitore di storia locale e autore dell’ultimo libro: “Storie di abati e di cavalieri”, presentato a Putignano nell’ambito del ciclo delle conferenze storiche “Il Paese e la memoria” promosso dalle associazioni culturali La Chiancata, Porta Maggiore e La Goccia. Ma su cosa si basa questa affermazione che capovolge la conoscenza storica che vedeva in primo piano i cavalieri di Malta dal 1317 al 1808 di un vasto territorio comprendente Putignano, Locorotondo e Fasano? Basandosi su frammenti di documentazioni, D’Itollo ripercorre la storia dell’abbazia sin dal momento della fondazione voluta dal principe normanno Goffredo. Ma non c’era già, si chiede, un centro benedettino e anche potente a Conversano? Come mai decide di farne sorgere uno nuovo sulla costa a sud di Monopoli quando le crociate sono ancora di là da venire? Gli studi di Falkhenausen e Delogu dicono che nella seconda metà dell’undicesimo secolo dopo Cristo i normanni scendono nel Sud Italia e s’inseriscono come mercenari nella contesa che opponeva longobardi e bizantini, mettendosi al servizio ora degli uni, ora degli altri. L’aspetto singolare è che fondano abbazie per rilatinizzare il Sud. E’ quanto avviene ad esempio a Venosa, in Lucania e in Calabria dove ne fondano ben tre facendoli assurgere a centri culturali e di potere. Guiscardo ne fa costruire anche a Mileto, Melfi e Sant’Eufemia di Lametia. Abbazie di benedettini non romani bensì di francesi al loro seguito. Come facciamo a saperlo? Per analogia della costruzione con modelli d’oltralpe, dotati di feudi per una maggiore autonomia economica e riequilibrare il potere di quelli esistenti. Nel 1197, quando ai normanni subentrano gli Svevi, Santo Stefano è all’apice della potenza nella zona. Ma in quel momento inizia la crisi. La documentazione su quel periodo è scarsissima. C’è solo un testo sulla protostoria dell’abbazia. L’ipotesi è che lì abbia funzionato uno Scriptorium, che non può essere identificato con una semplice biblioteca o un’officina dove i benedettini riproducevano l’antica saggezza sull’esempio dei centri dell’Italia centrale. Con la riforma cistercense, infatti, si afferma il ricorso a una cultura grafica come avviene a Bari e Montecassino. Che Santo Stefano avesse una struttura bibliotecaria lo attestano frammenti rinvenuti nell’archivio unico diocesano di Monopoli. Sono di scrittura francese e non beneventana. In quel periodo a Santo Stefano l’abate Palmieri è davvero un’autorità. Tratta alla pari con i sovrani e lo stesso papa al punto che chiede e ottiene il mantenimento dei privilegi per Putignano contro la causa intentata dai benedettini di Conversano. Nel 1188 l’abate commissiona un codice di qualità, attualmente conservato a Parigi. Sono tutti in scrittura carolina, non locale probabilmente, realizzati da scrittori non del posto, forse di transito, perché l’abbazia non è prestigiosa come quelle più antiche, ma economicamente è più potente. Tramontati gli Svevi, la crisi si aggrava con gli Angioini. Nonostante fossero francesi come i normanni se ne disinteressano, tanto che nel giro di un ventennio ne sopprimono molti con l’avallo del papa. Lo stesso avviene a Santo Stefano. Le discordie interne favoriscono i cavalieri Gerosolimitani che gli subentrano con un colpo di mano. La grande storia di Santo Stefano finisce con i benedettini. I cavalieri di Malta sfrutteranno il feudo per produrre derrate e bestiame per i soldati in lotta.